Gabriella Pessano
Arte e Poesia
ROMEO IURESCIA (Roma)
direttore dell’Associazione culturale “La Conca” di Roma
Di Gabriella Pessano ci portiamo nel cuore la sua forza interiore, che lotta tra l’essere e il divenire che regola la sua esistenza avvolgendo tutto nel grande mistero che si chiama vita.
Le sue poesie sono testimonianze vive che segnano le tappe del suo viaggio letterario.
Gabriella Pessano riesce ad irrompere nella vita quotidiana, con tutti i suoi dubbi, con i suoi sacrifici e con le sue nascoste speranze per questa società così tormentata da mille inquietudini e ingiustizie.
Ella con il suo pensiero aperto alla sacralità del suo grande spirito cerca di riportare alla memoria immagini del passato, momenti di dura realtà e socialità sapendo sempre che accanto ai momenti di vita si accompagnano sempre momenti di sacrificio e di dolore e la vecchia signora dalla falce sempre pronta e dal mantello sempre fuori moda.
La sua solitudine, la sua intima riflessione sui misteri del suo io, il silenzio della usa anima, del suo spirito che a volte vive momenti di vuoto, di drammatica paura che dilania la mente, fanno di Gabriella Pessano un carattere riflessivo e meditabondo che apre il suo pensiero verso i confini dell’impossibile.
Gabriella Pessano scrive anche brevi racconti e fa ciò scrivendo in uno stile sobrio, efficace e dalle immagini veramente poetiche. Anche in questi scritti la sua anima si dibatte per trovare risposta ai suoi interrogativi, per dare certezza ai suoi dubbi, per racimolare serenità oltre i confini del mistero.
GABRIELLA PESSANO, “Filo d’Arianna. Poesie”, Ibiskos Editrice, Empoli, 2002, pp. 60 ( collana “Il Caprifoglio”).
Con questa nitida “plaquette” edita dalla Ibiskos di Empoli, Gabriela Pessano giunge alla sua seconda silloge, dopo “Cosa c’è”, uscita lo scorso anno per i tipi della Editrice Liguria.
Diciamo in apertura due parole sull’Autrice. Gabriella Pessano è nata a Savona ma ormai da anni vive nella vicina Vado Ligure, la corrusca e fumosa Vado dei tempi del grande Arturo Martini, oggi divenuta linda e ospitale cittadina grazie all’intelligente azione dell’attuale amministrazione comunale. Partecipa a concorsi nazionali e internazionali. In Francia il suo racconto “L’Albero” ha ricevuto un premio e la sua poesia “Giuda” un diploma speciale. Ha rapporti con amici poeti italiani e stranieri e recentemente è stata insignita di medaglia di bronzo dall'”Accadémie Européenne des Arts” del Belgio. Amici pittori hanno inserito nei propri cataloghi liriche che la poetessa ha loro dedicato. E’ stata invitata a molte serate per leggere poesie proprie e degli amici poeti che trovano in lei una valida interprete. Ha lanciato l’idea di un concorso internazionale, “La poesia nel mare” ( poesie in bottiglia ), che unisce arte e letteratura in un vincolo di simpatica fratellanza.
E torniamo ora a “Filo d’Arianna”. La silloge nasce dalla stessa esigenza di comunicare e condividere le proprie esperienze esistenziali, di dare e ricevere emozioni, che era alla base della prima raccolta, e contiene poesie scritte in un arco temporale che va dal 1976 al 2001.
Il significato del titolo è stato ben còlto nella prefazione ( p. 5 ) di Cristiano Mazzanti : l’Autrice ci offre, come l’Arianna del mito greco invaghita dell’infedele Teseo, “il suo gomitolo fonetico e poetico per uscire dai meandri della retorica e della elaborazione virtuosistica” ( ma anche dal Labirinto del grigiore quotidiano ) e correre liberi nei prati della mente: “Corrono liberi / Nella mia mente / Meravigliosi galoppano / I miei pensieri” ( da “Filo d’Arianna”, p. 9, poesia d’apertura con l’efficace metafora pensieri-cavalli resa a livello fono-simbolico da un andamento “galoppante” dei versi, con il soggetto in fondo alla frase ).
Ci sono in questa raccolta poesie che l’Autrice ha scritto di getto, in occasione di concerti a cui stava assistendo, come “Note nel chiostro” ( p. 13 ), in cui si respira un’atmosfera “alla Dario Argento” e resta impressa l’immagine scultorea degli ultimi due versi: “Ingeraniati gargoiles / Di rossa terracotta”, che sublima in una rossa cascata di gerani quelli che poco prima sembravano orridi mostri sui doccioni di una cattedrale gotica.
C’è una lirica (“Essere la pioggia che bagna la terra”, p. 17 ) scritta in anni ormai lontani, che richiama in noi autori emozioni e stati d’animo che sicuramente tutti abbiamo provato, con quella quasi mistica fusione tra la Poetessa e gli elementi della natura: “Essere la pioggia che bagna la terra / Essere la terra bagnata dalla pioggia. / Essere le gocce d’acqua scaturite / In sudore dalle nuvole / Dalla fronte corrucciata / Del cielo del tempo”.
Altre poesie sono state scritte sotto forma di “impressioni di viaggio” ed il paesaggio esterno, in questo caso, è un tutt’uno col paesaggio interiore, anzi, è da quest’ultimo totalmente determinato ( “Autogrill”, p. 19 ).
Parecchie liriche si concludono,con inquietanti interrogativi ( “Colore rosso”, p. 11; “In laboratorio”, p. 12; “Tutto ciò che ha edificato l’uomo”, p. 20; “Forse sì”, p. 26; “C’è più silenzio”, p. 33; “Il corpo che…”, p. 37 ). Di queste, la più originale è “In laboratorio”, alla quale la Poetessa ha allegato un “bugiardino” per chiarire “indicazioni”, “controindicazioni”, “dosi” e “conservazione”.
Ci sono ancora poesie che nella loro scarna essenzialità ci offrono spunto per profonde meditazioni, ad esempio “Diapason” ( p. 22 ), che traduce in termini lirici quel concetto di tempo come agostiniana distensio animae: è solo nel nostro spirito la misura del tempo come un qualcosa di “oggettivo”in realtà iltempo è “Una stasi / Dilatata / Dell’Eterno”. Altra brevissima lirica che parla dell’eterno è “Le onde del mare” ( p. 25 ), in cui un’insolita visione delle onde dall’alto dell’aereo ci fa riflettere sulla perpetua inevitabile legge di quello che Eraclito, Vico e Nietzsche avrebbero chiamato eterno ritorno dell’identico.
Non mancano neppure brevissimi flashes che ricordano la suggestione degli haiku giapponesi, come “Primo sole” ( p. 29 ) o “Eppur sì brevi” (p. 36 ), che dell’haiku ha anche la struttura metrica ( 5-7-5 ).
Sempre in tema di antura, segnalo “Nuvole” ( p. 39 ), che non è l’unica lirica che a questo tema ha dedicato l’Autrice ( ritorna in “Evanescenza”, p. 41 ).
E ci sonno infine poesie che nei pochi versi nudi, asciutti, ben scanditi ( “Come”, p. 21; “Ho gettato”, p. 54 ) non possono non ricordarci il primo Ungaretti, quello de “L’Allegria” e di “Sentimento del tempo”, un Ungaretti poeta puro, vero caposcuola di quell’Ermetismo non ancora riempito di astruse cerebralità e fumisterie verbali. E qui apro una parentesi sull'”antiletterarietà” della Pessano, già del resto sottolineata da Aldo Pero nella sua prefazione a “Cosa c’è”.
Gabriella Pessano non ha “fonti” o “modelli” perché ogni sua composizione è profondamente sentita e vissuta e, poiché è scritta dopo essere stata vissuta e sentita, ogni rimando o richiamo o paragone letterario è puramente casuale, come si direbbe nei titoli di coda di un film.
Vorrei concludere con la citazione dell’ultima poesia della raccolta, “La grande madre” ( p. 55 ), in cui c’è una bella e significativa similitudine su un problema che da sempre assilla tutti i creativi, la solitudine: “In fondo la solitudine / E’ come una grande madre / Che alimenta i suoi figli/ Anche con generosità / Ma / Li lascia al freddo”. Ecco: la solitudine è una “grande madre” che ci dà anche doni grandi, come la creatività poetica e artistica, ma che non ci scalda il cuore. Per vincerla, o meglio per tentare di eluderla, si può sfruttare il suo dono migliore, la creatività , come fa Gabriella Pessano, che è una vera, autentica poetessa, cioè una “creatrice” ( dal greco poietés ) di suggestive immagini ed emozioni.
CONCITA OCCHIPINTI
Recensione al libro “Cosa c’è”
Vittoria 04-01-2002
Il messaggio lirico di Gabriella Pessano è un chiaro grido alla vita.
A tutto ciò che si è perso o vissuto male, è l’esistere nel dolore, il cullarsi nello stupore, il sentirsi “tutta” e al femminile! Questa fragilità mi ha attratta fin dai primi versi, ho affondato in essi la mia insicurezza, mischiando le mie paure alle sue, per un attimo, che però ha segnato l’intera mia lettura. Ho bevuto fino in fondo le sue lacrime di donna offesa dalla vita, perché mi donavano dolcezze mai conosciute, carezze mai ricevute e il mio cuore ha battuto non poche emozioni……Ho pianto. Ne sono felice, perché ho vissuto le sue angosce e un po’ del suo passato. Ne ho visitato gli attimi più struggenti, più drammatici, mi sono fermata di soprassalto quando ne ho compreso il dolore……….
“…..mi manca il disagio di quei giorni:
la sensazione di sentirsi comunque donna…..”
ma Gabriella Pessano è donna!!
Sensazioni meravigliose, queste, nel leggerla abbandonata alla sua delusione e poi all’amara certezza di non essere più “visitata” nel suo corpo…nostalgico ricordo di un cuore di donna ferita dalla vita, ma “amante” della vita, per questo preziosa………
“Io sono la sua ancora….e lui la mia……”
Questo eterno confronto che mai finirà. Un padre che è la sua ancora, e che viene a sua volta “ancorato” dalla figlia, non più bambina, ma bisognosa di lui come non mai, entrambi definiti “….solitarie vite….”, ma uniti in questo grande oceano che sommerge i loro cuori….
Gabriella Pessano è, nelle sue poesie, tutto ciò che vive, sente, brama.
Questa sua realtà interiore, a volte dolorante, è messa a nudo, mi piace!
Non ha nulla d’irrisolto, i suoi sentimenti sono gratuiti, così com’è gratuita la sua storia di donna, a volte offesa, a volte stupita,…….non ho letto “arresa”.
Gabriella Pessano non si arrende! Alla sofferenza non si stupisce, al quotidiano non si ferma, ama tutto della vita e lo fa profondamente anche quando le inquietudini e i dubbi l’assalgono. Nel suo silenzioso vivere la vita m’immergo, delle sue drammatiche incertezze m’inondo , nella sua impressionabile serenità mi adagio e ne colgo l’attimo, il misterioso attimo che riesce a far pulsare il mio cuore di poetessa, di donna, così come lei!!
Gabriella de Gregori
(Savona)
SAVONA – sono iniziati una serie d’incontri con l’autore.
Ha inaugurato questa interessante rassegna la poetessa Gabriella Pessano con una raccolta poetica dal titolo “Cosa c’è”.
Ha condotto alla scoperta di questo nuovo mondo poetico il prof. Aldo Pero che, dissertando su vari paesaggi della letteratura mondiale, ha introdotto con voluti parallelismi, certe tematiche nonché eterni problemi che accompagnano la creazione poetica.
La crudezza di certe scelte espressive ci fanno sobbalzare ma l’Autrice rivela intimi aspetti di una soggettiva sofferenza interiore mentre, spaziando al di fuori di sé coglie valori universali e fuori del Tempo, riuscendo ad oggettivare nella sua poesia senza pudore aspetti meno gradevoli dell’animo umano.
La poesia nuova della Pessano è accompagnata da una forte esigenza di raccontarsi senza ipocrite velature.
La lucida consapevolezza della condizione umana spesso la spinge ad una sorta di pessimismo cupo e profondo senza uscite come in “Dieci piccoli umani”, in cui il contemporaneo cannibalismo trionfa mentre nella poesia “A mio padre” l’Autrice rivela una difficile somiglianza di sentimenti con una sorta di alter ego: determinata a far sentire la sua voce sintetizza una emotività complessa con una lucida razionalità.
FILIPPO SALVATORE OLIVERI
Roccapalumba (Pa) 25-10-03
Gentilissima poetessa
Gabriella Pessano
Ho letto tanti mesi fa il suo “Filo d’Arianna”: è molto interessante perché contiene preziosi “spunti” di riflessione sul valore della vita che in “rapporto” al tempo quotidiano è creatrice di pensieri eterni.
In questa sua pregevole raccolta di poesie mi piace l’immediatezza che lei ha nell’osservare forme e paesaggi VIRTUOSI sempre ricchi di memorie e ricordi che scorrono come un fiume in piena sul suo essere donna, impegnata con scrupolo e coerenza nel lavoro di artista.
Roccapalumba (Pa) 8-11-03
Carissima Gabriella
Ho ricevuto con immensa gioia il tuo prezioso “Nuances” e ti ringrazio di cuore. E’ un dono meraviglioso perché le tue liriche le ho trovate VERE e bagnate, ogni tanto, di lacrime silenziose.
Nei tuoi versi non mancano “sfumature” che “corrono libere” e alla ricerca continua della verità, sublimata dalle tue forti emozioni e da sentimenti armoniosi che non si staccano mai dalla tua vita quotidiana. Anche un semplice avvenimento giornaliero ( o un ricordo) diventa per te una SINTESI poetica da immortalare e da trasmettere. I tuoi destinatari sono tutti gli uomini ed è questa pregnante caratteristica che ti fa moderna, unica: i tuoi versi sono decifrabili e chiunque può coglierne l’immediatezza. L’essenza della tua poesia è la CHIAREZZA ed è questa la poesia che prediligo. Versi i tuoi che non hanno nulla di metaforico, di nostalgico-effimero, di istantaneo.
Roccapalumba 20-11-03
Carissima Gabriella
Il tuo “Cosa c’è” è meraviglioso. C’è tutta la tua vita scandita di attimi, di gioie e poi tanta sofferenza che non è arresa o estraneità dal mondo; piuttosto ricrei il quotidiano con “NUOVE ESSENZE” e linguaggi INTENSI che fanno meditare e pensare rettamente sul significato dei valori umani. Hai veramente scritto una grande opera letteraria.
Carmelo Lauretta
COMISO 18-11-2002
Gentile signora Gabriella Pessano
Mi fanno compagnia da una settimana ( e che compagnia ! ) le sue quarantasei liriche della silloge “Filo d’Arianna”, datemi in omaggio dalla comune splendidissima amica e scrittrice Concita Occhipinti.
Le ho lette e studiate con particolare attenzione e le confesso che immediato è stato il mio coinvolgimento interiore per il “galoppo” ( questo termine è suo! ) dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri nella “immensa prateria verde” dei circuiti trasfigurativi della “evanescenza” ( altro termine suo! ) esistenziale.
La sua poesia si caratterizza subito sia per la emblematica rinunzia dell’orizzontalità dei moduli offerti dall’edonismo verbale di moda, sia per l’azzeramento di ogni forma di facile e vacuo sentimentalismo.
Riscontro, infatti, che la sua genesi vera sta da un lato nel palpitante potenziale della sua sensibilità e delicatezza umana, dall’altro nella capacità di un continuo scavo interiore, tutto teso a cesellarne il discorso con limpide immagini intrise di puro lirismo.
Ne dà prova l’essenzialità del dettato poetico, congiunta all’avventura della parola ( come suggerisce Carlo Bo ) ancorata alla geografia dell’anima e della fisicità delle cose.
La prima ( la geografia ) centra momenti meditativi di peregrinante tristezza, di fragilità di sogni, di fascino d’amore, di corsa alle speranze, di apertura al mistero della morte: la seconda ( la fisicità ) riverbera in valenze strutturali semantiche, il magma creativo.
Ed a riguardo è da notare come l’autrice riesce ad eliminare residui dialettico-discorsivi e ad articolare emozioni e sentimenti in una linearità sintattica in cui la brevità non significa pochezza di estro ma incisività di nessi lirico-metaforici che trascendono i codici grammaticali.
Espressioni come “respirò con gli occhi”; “rubò la luce d’ogni stella”; “un sogno passeggia al mio fianco”; “il tempo-stasi dilatata dell’Eterno”; “la solitudine grande madre che alimenta i suoi figli e li lascia al freddo” ( e le citazioni potrebbero continuare! ) gridano a chiare note la voce di un’esperienza poetica che puntualizza il vissuto nella lunghezza d’onda di una fresca corposità lirica, senza condimenti né concessioni ad insensate astrazioni chimeriche.
Non cesserei, cara signora Gabriella, di descrivere le mie impressioni, ma temo di eccedere.
Mi consenta di darle un abbraccio con l’augurio che il suo cuore continui a tessere “i fili d’Arianna”.
Cristiano Mazzanti
PREFAZIONE
Gentili lettori che state per “strappare” la copertina di questa raccolta siete davvero di fronte al “Filo d’Arianna”.
Come l’eroina della mitologia insegnò il sistema di sfuggire al labirinto così Gabriella Pessano vi dà il suo gomitolo fonetico e poetico per uscire dai meandri della retorica e della elaborazione virtuosistica per correre “liberi” come “Nella mia mente / meravigliosi galoppano, i miei pensieri” ( come stile da notare l’accento, l’arsi, sul soggetto finale che per quanto al vento tiene sempre le redini della frase e del concetto ).
Molte liriche zampillano festose dallo stroboscopio dei taccuini da viaggio e tracciano impressioni immediate, fresche e nello stesso tempo incisive che si attaccano con forza e capacità descrittiva al paesaggio interiore. La scrittrice evoca anche l’immediatezza delle osservazioni, delle foto psicologiche, con la sua tecnica spontanea dei puntini descrittivi, delle forme del verso allungate quasi romboidali, degli incroci degli aggettivi con scambio chiastico ( gli occhi muti, la bocca cieca, ad esempio ) e tutto questo favorisce la comunicazione diretta, il colloquio, l’invito alla partecipazione emotiva insieme alla riflessione.
D’altra parte la concezione dinamica di Gabriella emerge anche dalla lapidaria definizione del tempo che è una “stasi” dell’Eternità, cioè un punto su una retta in perpetuo scorrimento.
Il verso poi, insieme a sculture di immagini, ( gli “ingeraniati gargoiles di rossa terracotta” ) forma neologismi e definizioni fantastiche come quella delle nuvole in cielo: esce quindi il “SarcoGiuda” , il corpo traditore e i “chiassosi bipedi implumi” al tramonto sotto i gabbiani.
La creatività poetica trionfa sul Minotauro delle chiusure senza azzurro e senza aspirazioni alla Universalità nella tensione dell'”essere”.
JACQUES BONNIN
Prefazione al libro “NUANCES – SFUMATURE”
Di Gabriella Pessano
Pur dimorando in riva al mare -proprio al Mare Ligure- Gabriella Pessano ha, ciononostante, radici profonde nella gleba: e da quelle radici si trasse l’essenza della sua poesia.
Non ci si deve, dunque, meravigliare che i suoi testi, nella presente raccolta “Nuances – Sfumature”, pongano le domande essenziali ad ogni essere umano: una tra le più vive è l’impellente desiderio di essere.
Ma cosa essere? E come? Ondeggiando tra sogno e realtà, Gabriella si rivolge alla Natura, compagna privilegiata e libera, insieme amica e nemica dell’Amore, in ciò che esige la partecipazione equilibrata tra il cuore e il corpo: benché ambedue siano indispensabili, l’uno o l’altro ci tradirà…………se non entrambi.
Oscillando tra i suoni e il silenzio della natura, tra il lume abbagliante sulla sabbia e il quasi buio del chiaro di luna, senza mai abbandonare la sua comprensione per i meno fortunati, Gabriella Pessano si china sui fiori, traendone una sintesi tra pittura e poesia.
Sa scegliere le parole per dar loro, non solo il colore appena sfumato, ma, anzi, il suono giusto che traduce quello che l’avrà ispirata nella natura.
Perciò la lettura delle sue poesie, in cui si intrecciano con somma arte pittura e poesia, ci lascia pacati e sereni.
JACQUES BONNIN
Scienziato francese, ricco di notevoli esperienze nel campo delle ricerche scientifiche, il Prof. Jacques Bonnin ha insegnato in diverse scuole di ingegneria: ha presidiato diversi comitati francesi ed internazionali: ha dato il suo prezioso contributo in comitati di lettura di riviste scientifiche francesi ed internazionali- attualmente anche di riviste letterarie.
E’ scrittore e poeta. Ha scritto una quindicina di libri scientifici e una decina di raccolte di racconti e/o poesie, oltre a traduzioni sia dall’italiano che dal polacco.
Didier Prévot
Conseiller en Littérature A.E.A.
L’A.E.A. en Italie
“La posia nel mare”
Des bouteilles à la mer
Ceci est une initiative originale da Madame Gabrielle Pessano, qui a partecipé avec fruit (médaile de bronze), depuis l ‘Italie, à notre 32° salon international (Littérature) en 2002, à Gembloux.
Avec l’aide et la collaboration de sa ville de Savona, et autres, et cela c’est passé le 5 octobre 2002, soixante bouteilles dont trente contenaient une poésie de quatres auteurs français, vingt-cinq auteurs italiens et la mienne, représentant la Belgique, furent jetées à la mer.
Voilà une idée toute nouvelle et très intéressant et cela peut aller très loin si les courants sont favorables. Les vingt personnes qui trouveront une de ces bouteilles ( dans n’impirte quele partie du monde ) et qui la retourneront en Italie, receveront, au cours d’une cérémonie officielle, un tableu offert par des artistes de plusieurs pays.
Si vous voyez flotter une buteille, sur une plage ou autre part, n’hésitez pas à la repêcher et à voir ce qu’elle contient.
Nous attendons des résultats.
Settembre 2003
Il commento che segue è stato elaborato dai comitati di lettura delle “Edizioni Il Filo” in occasione della mia partecipazione al concorso “e il naufragar mi è dolce in questa radio”:
Aspetto più interessante di questo lavoro poetico di Gabriella Pessano è la ricerca linguistica portata avanti dall’autrice sia sul piano dell’utilizzo della parola poetica che su quello della musicalità del verso. Da questo punto di vista non si può non tenere in considerazione la scelta di presentare alcuni testi in formato bilingue che ne arricchisce ulteriormente l’interesse e permette di aprire il campo ad una riflessione concreta sulla traduzione e sull’efficacia linguistica delle diverse modalità prescelte.
D’altronde questa sperimentazione permette all’autrice di affrontare in modo originale anche i temi classici della poesia, dall’amore, alla sofferenza, alla spinta verso la libertà: e di non limitare la sua spinta lirica e la forza evocativa dei suoi versi alla sola dimensione intima e interiore.
ALDO PERO
Presentazione ( su PROVINCIALIA )
Gabriella Pessano, savonese di nascita e Vadese in spirito, ha maturato per lungo tempo una segreta vocazione letteraria di carattere totalizzante, tanto è vero che ha atteso lunghi anni prima di manifestarla.
Ha cioè atteso il momento in cui le fosse stato possibile dedicarle tutto il suo tempo. Da allora la sua attività, dominata da un’impazienza addirittura aggressiva, ha assunto un ritmo frenetico, diluviale.
Le è stato semplice perché, probabilmente, ha potuto attingere ad un vasto repertorio di idee, d’immagini, di sensazioni, maturate nell’intimo ed oggi soltanto finalmente espresse. Può darsi che in futuro le sarà difficile mantenere lo stesso livello creativo anche perché andrà maturando esigenze qualitative più sofisticate.
Intanto ha sinora pubblicato un volume di poesie ” Cosa c’è “, molte delle quali di notevole intensità ed ispirate ad originali movenze dell’animo: ha pronto un volume di racconti e in corso di stampa una raccolta di poesie, “Filo d’Arianna”.
Ha inoltre messo mano ad un romanzo e continua ad allineare versi sulla pagina bianca, partecipando a molti concorsi in Italia e all’estero, donde ha ricevuto riconoscimenti incoraggianti.
La sua poesia “Giuda” ha ottenuto la Menzione particolare della Giuria dell’ultimo agone poetico svoltosi a Metz, dove essa è stata presentata in traduzione francese.
Nel mese di giugno 2002 ha ricevuto Diploma con Medaglia di bronzo, in omaggio al suo valore artistico, dall’Accadémie Européenne des Arts , partecipando con una silloge di poesie al 32° Salon Int. , svoltosi in Belgio.
Aldo Pero
QUASI UNA PREFAZIONE
Stéphane Mallarmé ha dispensato un consiglio pieno di saggezza a proposito di prefazioni e prefatori, e Paul Verlaine ha espresso un’idea che si collega meravigliosamente a questa attività e che al tempo stesso affonda le sue radici nel cuore più ascoso della poesia.
Il consiglio -mi rendo conto che non dovrei ricordarlo poiché contraddice le mie righe – consiste nell’invito rivolto ai prefatori di opere poetiche di desistere da un’impresa inutile per il poeta, che meglio di qualsiasi interprete sa illustrare le proprie ragioni, e indiscreta per il lettore in quanto prevaricatoria verso la sua sensibilità e libertà di esercizio critico.
La considerazione di Verlaine è lapidaria e si riferisce alla natura stessa della poesia, che è intessuta di mistero che non può essere interamente svelato, che possiede una sorta di assonanza tra le categorie dello spirito e della memoria, della parola sonora e dell’eco smorzata ed evocatrice, delle pause e delle concitazioni, del dichiarato e del sottinteso.
Pretendere di svelare il mistero della creazione poetica vuol dire banalizzare il suo senso più alto, annullare il tremore che ci prende di fronte alle porte dell’ignoto, pretendere di razionalizzare ciò che vive negli spazi dell’intuizione e detesta la logica. La poesia è un fenomeno emozionale e tale deve rimanere. Il suo senso vuole essere intuìto, non spiegato. La poesia vera e alta ignora le note a piè pagina.
Cercherò di non tradire troppo Verlaine, dopo aver disatteso il consiglio di Mallarmé.
Chi è Pessano Gabriella? Non lo so e non desidero saperlo direttamente da lei.
Preferisco magari sbagliare un pochino , ma leggerlo sotto, meglio che tra , le righe dei suoi versi.
E’ un volto gentile, questo sì, che ho visto più volte a certe mie noiose lezioni di musica e arte. Dopo un po’ di tempo, invece di fuggirsene, mi ha chiesto di leggere le sue cose e di dirle cosa ne pensassi.
Lì per lì mi ripetei un vecchio refrain, che a dare un calcio a una pietra saltan fuori almeno quattro poeti e un romanziere, e mi compiacqui per le mie preferenze musicali: per trovare un compositore di quartetto d’archi non bastano cento pietre.
Ma come dire di no? Gabriella era così deliziosamente trepida verso le sue creature letterarie!
E, perché non ammetterlo?, da parte mia ero un po’ compiaciuto: in fondo mi stava rivolgendo un implicito ma grande complimento, mostrava cioè di credere nelle mie capacità di esprimere un giudizio credibile su qualcosa di prezioso per lei.
La lettura modificò la situazione. Ne rimasi colpito. Soprattutto dal bassissimo coefficiente di letterarietà. In quelle poesie mancava la ricerca del “poetico” ad ogni costo, della leziosità d’accatto , latitavano strutture retoriche più o meno viete, non esisteva tentativo alcuno di eleganza fine a se stessa: eppure, provate anche voi, prendete una pagina a caso, si rimane soggiogati dallo scorrere dei versi, tanto che, a prima lettura, si rinuncia a capire subito ( Verlaine ne sarebbe stato felice , naturalmente ) e ci si lascia risucchiare verso la fine.
Perché?
Perchè questa poesia impoetica e di forza primigenia ha un fortissimo ritmo interno costruito sulle cesure di una dialettica argomentativa che costringe a rileggere, a cercar di passare dall’intuizione di un’oscura, ma vera e forte e oggettiva urgenza del dire, alla comprensione di una serie di temi e argomenti, legati all’io, alla coerenza egoica della propria volontà d’esistere , ma che suggerisco di considerare attentamente. Ci si accorgerà allora che se gli argomenti non sono tutti originali, è assolutamente originale il modo di affrontarli e sincera la partecipazione di chi scrive.
Chi è quindi Gabriella Pessano?
Prima di tutto una grande sorpresa, come ho detto. Una poetessa vera, un tipo da strade asfaltate, insomma, e non da giogaie di pietre da prendere a calci.
Non è giovanissima, ma non è neppure un caso di vocazione tarda. Si tratta più semplicemente di un’anima discreta che ha conservato per sé i propri fremiti e le proprie indignazioni: tutto ciò da oltre un quarto di secolo, poiché leggo al fondo di due composizioni la data del 1973 , tutte e due di luglio, e ambedue appartenenti alla stagione della confessione e della presa di coscienza , drammatica ed amara , che molto della vita è male, che tanti sono i detriti, le schegge di sentimento che avrebbe dovuto risplendere per sempre ed è invece imputridito.
Spesso , sembra dire Gabriella , è preferibile la ferita di spada , dal taglio netto , piuttosto che il sordo dolore dell’amore indifferente e sciupato da sensibilità diverse.
Ah! Quel Manolo che non comprende, che possiede corde esistenziali spesse e rozze, che non gli permettono di entrare in sintonia con un’anima fragile che il 17 luglio , in stringente di versi e di affanno, gli chiede solo di capire “come sono belle le stelle stasera” ; e che , il 25 , in toni più flebili , esausta , invoca non Manolo, ma il nulla eterno:
Vorrei che le mie lacrime
Fossero il mio sangue
Vorrei allora piangere
Soltanto piangere
Sino a versarlo tutto
Solo per regalare
Un po’ di pace
Alla mia mente.
Oppure prendere una nugella del 1981 , “A un’amica”, piena della grazia dedicatoria di Saffo, di quel suo dolce sognare con le fanciulle del suo tiaso; ma soffusa anche dell’andamento aggraziato tipico dell’allusività della classicità poetica giapponese.
Ma non è il caso di soffermarci oltre su queste preziose analogie , che credo involontarie e quindi più interessanti.
Soffermiamoci su qualche altro coagulo poetico , ad esempio sulla sezione intitolata alle “Ragioni antropologiche”, dalle quali ho tratto gli esempi precedenti , per scegliere un “topos” letterario come il rapporto col padre, un déjà-vu mi direte; e no! qui abbiamo qualcosa di diverso , anzi più d’ un elemento originale : intanto un’eccezionale secchezza di scrittura , poi l’assenza della ( sembra ) obbligatoria commozione , quindi lo spirito di reciprocità nel soccorso contro i disagi del vivere in quel trasformarsi in un’ancora da calare nel porto solo quando “siamo stanchi di navigare….solitariamente”.
Gabriella è molto sincera , non finge di essere un’anima nobile.
E’ una creatura che soffre , lo confessa ed ha l’onestà di ammettere l’animosità che la spinge contro chi la fa soffrire . Gli augura reciprocità nel dolore in versi vibranti , seppur di rattenuta animosità. Sotto, si sente ruggere il livore:
Spero che tu soffra…e soffra molto.
………………..
Spero che tu non abbia pace
Nemmeno nel sonno……
…….così è per me………
Alle occasioni autobiografiche , affidate alle “RAGIONI”, seguono i quadri del raccoglimento , dell’osservazione , della sospensione del vivere di fronte all’ambiguità dell’altro-da-sé.
Qualche volta sembra , ma non è , un gioco , con un suo andamento da filastrocca , che un po’ ricorda il Palazzeschi. Leggete:
Ho preso l’aereo per un altro volo
…………….
Scende dal cielo la pioggia
Cade dall’albero la mela
Ma le nuvole restano lassù
E l’aereo non è caduto giù.
Gabriella che in un qualche momento rammemora il “fanciullino” di Pascoli , è capace di “quotidiani stupori” che si combinano e si aggrumano in un quadro di sospesa contemplazione , fatto di tocchi impressionistici :
Dal quotidiano stupore
S’affacciano i palazzi
Su una sera autunnale
Cristallina trasparente,
e poi compie , anche in questa sezione , come nella precedente , un tragitto esistenziale che lega in un sotterraneo percorso i diversi componimenti : Si svela molto , forse più di quanto sia consapevole , e noi comprendiamo che la sua vita è più lieta ora che tanto tempo fa , ai tempi di una stagione che sembra ormai lontana , per quanto non del tutto dimenticata.
Ci sono altre tre sezioni da considerare in questo canzoniere contemporaneo : le “Suggestioni”, nove stupende esercitazioni espressionistiche , che da un lato hanno il massimo di “letterarietà” nello stanco ritmo di “Dejà vu”, ma dall’altro allineano l’essenziale cadenza di “Solarium”.
Seguono le “Mitologie figurative”, che trasformano la contemplazione in nuove immagini .
Chiudono le “Nuove cosmologie” , un modo di leggere il contemporaneo , il mondo com’è o come vorrebbe che fosse , l’esistere il dolore di vivere , ma anche l’esercizio di una disperata e fragile prova d’orgoglio :
Se esiste un Dio….
Lo cercherò in ogni luogo , in ogni angolo , in ogni viso di
Uomo donna o bambino…….
….ma se esiste un Dio non gli concederò il lusso di
dimenticarsi di me .
Prof. Franco Bigatti
Gabriella Pessano è già nota nella sua Vado Ligure e nella nostra Savona per le sue sillogi poetiche accolte con favore anche in terra straniera (se così si può dire oggi nel travagliato crescere dell’Europa). Ora si ripresenta con un intendimento nuovo, fare del racconto storico ambientato nell’Egitto dei faraoni così lontano da noi più nel tempo che nello spazio. In teoria l’Egitto lo conosciamo tutti: in pratica le poche nozioni acquisite nella scuola dell’obbligo lasciano bensì trasparire i lineamenti d’una civiltà all’avanguardia nel mondo fino a duemila anni fa, ma tutto sommato, è una visione più idealizzata che conosciuta, sognata più che ammirata nella sua realtà. Il sogno e la fantasia sono elementi tutt’altro che trascurabili nella cultura, anzi, stimolano il pensiero verso orizzonti sempre più ampi e spronano la onoscenza, ma rimane pur sempre il pericolo di indirizzi, per quanto suggestivi, comunque devianti.
Gabriella Pessano, nel suo Ankhesen-paaton, rivela una vena letteraria singolare. Non tradisce la storia; quando presenta personaggi dal nome echeggiante una sensibile notorietà, Amon, Amenophis, Akhenaton, Nefertiti, Tutankhaton, Ankhesen-paaton, non fa del richiamo arido a ricordi del passato con i loro protagonisti, vale a dire, la storia non è né un puro susseguirsi di nomi e di episodi, né il frutto d’una fantasia sbrigliata. L’estro letterario della scrittrice mostra di muovere da una semplicità espressiva che apre a tutti, anche e soprattutto a coloro che sono digiuni di storia egizia, le vestigia d’una civiltà che oggi lascia trasparire la punta dell’iceberg delle sue meraviglie, ma anche delle sue vicende umane fatte di amore e di dolore; il lettore “profano” si sente attratto, colpito nell’intelletto come nel cuore, ché in fondo, quando leggiamo, siamo aperti non ai soli concetti, ma anche alle emozioni, parte integrale del nostro essere umano. L’ambiente con il suo richiamo a Tell-el Amarna risveglia reminiscenze bibliche, richiama un mondo eterogeneo che l’ebraismo avrebbe incluso nei suoi annali. La passione struggente della sorella-sposa che vede medici e medicine impotenti davanti allo spegnersi lento del fratello-sposo incamminato nella valle della morte rivela il dramma umano dell’amore privo di speranza, privo di consolazione.
Il lettore comune prova un piacere stimolante, sente la necessità di approfondire quel periodo storico: subisce un fascino arcano che il succedersi dei capitoli accresce e rafforza.
- Gabriella Pessano
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