Gabriella Pessano
Arte e Poesia
Congresso Culturale in Tchad 2005
Certificato di partecipazione:
Diario della mia permanenza in Tchad
SECONDO GIORNO
Lunedì 20-06-2005
Atelier de poésie
16 giovani studenti: 12 uomini e 4 donne
parlo di uomini e donne perché non sono ragazzi ma sono tutti adulti e questa è una sorpresa, ma neanche molto.
Se penso a quanti uomini maturi e ragazzi o bambini sono stati uccisi nella guerra fratricida che da soli pochi anni si sono lasciati alle spalle, non posso meravigliarmi che alcune generazioni di giovani si sano accavallate per iniziare a studiare regolarmente.
Guardandomi intorno vedo sedici visi attenti, occhi attenti e cervello pronto.
Molto generosamente mi hanno fatto dono dei loro sogni: sedici pagine formato A4 su cui ognuno di loro ha scritto il proprio nome, i propri interessi e i propri sogni.
I sogni: sogni di un popolo nuovo con una storia vecchia e un futuro ancora sconosciuto.
La loro Nazione è molto più grande dei loro sogni: se li inghiottirà?
Per mio conto posso dire che il mio sogno è la vita che ho vissuto e che sto vivendo anche con loro e insieme a loro, ma il mio tempo è il tempo del passato. Questi sedici giovani, uomini e donne, saranno all’altezza del loro futuro? O meglio ancora “il loro futuro sarà alla loro altezza”?
Non posso non augurare, a me stessa per prima e a loro per sempre, che la vita non li deluda come non ha deluso me.
“Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”
Don Vincenzo, il missionario laico di cui sopra, questo mi ha detto, tra le altre cose, durante la nostra chiacchierata di ieri sera mentre parlavamo della difficoltà per noi europei (in genere) a comprendere il rapporto che qui hanno con il tempo.
Tutto è dilazionato: il tempo si dilata e ti senti assorbito in una specie di vuoto spazio-temporale dove tutto deve accadere, ma perché subito?
TERZO GIORNO
Martedì 20-06-2005
seconda giornata del mio atelier di poesia.
I ragazzi oggi sono ventiquattro!
Questa sera sono ripartiti don Vincenzo, don Josè, suor Mariella e altre consorelle.
Le suore sono venute a salutarmi con molto affetto: gli altri sono andata io a salutarli, mi ha fatto piacere conoscerli.
Alla loro felicità di partire e tornare in Italia ha fatto eco la malinconia nel perdere un po’ di me, della mia italianità.
Il piacere di incontrarsi, il dolore di lasciarsi, l’essenza del ben vivere.
Ieri sera c’era un concerto con gruppi musicali del Camerun.
Ho assistito per un paio d’ore poi non ce l’ho più fatta e mi sono fatta riaccompagnare al Centro Cattolico.
Ma per più di un’ora ho avuto una conversazione interessante con un ragazzo francese che parla molto bene lo spagnolo, affatto l’italiano ma lo capisce molto bene: io capisco benissimo lo spagnolo e questo dialogo su due binari lontani in realtà filava benissimo e meravigliosamente.
Quattordicesimo giorno
Sabato 02-07-2005
Mi vengono a prendere oggi pomeriggio per andare a una festa, un incontro tra la conferenza e lo spettacolo che si svolge quasi al confine col Camerun.
Mi accorgo che siamo quasi al confine dal momento che vedo i primi militari armati di mitra: come sempre vedere uomini armati mi annichilisce.
Si svolge tutto su un grande piazzale (su un immenso piazzale dovrei dire, qui tutto ha dimensioni enormi. La capitale, ho appreso, è composta di ventiquattro quartieri: ma ogni quartiere è grande come due o tre nostre città. Sì d’accordo anche Parigi e Roma sono enormi come estensione ma qui è diverso sembra di non arrivare mai da un quartiere all’altro forse semplicemente perché sono impreparata a tutto questo.
Arriviamo e già ci sono le sedie sistemate per noi e le autorità del posto. Ci sediamo e lentamente dietro di noi si riunisce una moltitudine, subito dietro una infinità di bambini grandi e piccoli.
Una bambina è incuriosita, se non sono la prima, sarò la terza bianca che vede nella sua breve vita) e mi guarda con due occhi sbarratissimi grandissimi, i capelli raccolti in rigidissime trecce che vanno verso l’alto un dito in bocca e mi fissa: io fisso lei perché molte volte ho visto in televisione bambini neri con i capelli chiari e lei è così, nerissima con i capelli castani. Mi rendo conto che sto facendo una cosa che per lei è impossibile, o almeno io lo sto pensando, infatti sto bevendo una “sucrerie”.
Improvviso in me nasce un desiderio folle e feroce allo stesso tempo: cioè prendere la bottiglia portarmela alla bocca e bermela tutta in un soffio mentre lei mi stava osservando con quegli occhi smarriti: avevo un solo desiderio che mi rimbalzava nella testa “volevo che lei mi odiasse per tutta la sua vita”.
Ma non ci sono riuscita e ho bevuto solo dopo che si è allontanata.
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